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Tecnobody: il biomedicale esce dagli scantinati
Tecnobody è un caso esemplare di microimpresa e di imprenditoria all’italiana.
La società nata in uno scantinato con pochi risparmi e trainata dalla forza di un’intuizione, sembra voler imitare il percorso di crescita di alcuni mostri sacri del panorama mondiale della new economy. L’azienda è figlia del mix vincente fra nuovo e tradizione.
Fatta di interesse accademico per l’anatomia del corpo umano, conoscenze tecnico elettroniche, intraprendenza , professionalità, intraprendenza e l’impiego di manodopera artigiana bergamasca di altissima qualità.
Culla di questo case sistem made self tutto italiano è la cittadina orobica, famosa per la dedizione al lavoro oltre che per l’incomprensibile dialetto. La Tecnobody, che si è ritagliata una nicchia di eccellenza nel mercato della riabilitazione sportiva e non, è una realtà nata dal nulla, in una cantina di Valtesse, quartiere di Bergamo, con 20 milioni del vecchio conio (circa 10.000€) in tasca. Stefano Marcandelli ideatore ed amministratore della Tecnobody, dopo aver ottenuto il diploma di Perito elettronico, non potendosi permettere l’università di medicina essendo figlio di operai, si iscrive all’ISEF, pagandosi gli studi grazie all’attività sportiva. Stefano durante gli anni degli studi da prima si diletta con il lancio del giavellotto, facendone poi professione, divenendo atleta per le Fiamme Azzurre, corpo sportivo della Polizia Penitenziaria, e arrivando ad essere persino campione nazionale.
Terminata l’università, a 24 anni con 110 e lode, portando come tesi una macchina riabilitativa costruita in cantina, lascia lo sport e si dedica anima e corpo alla sua vera ossessione. Marcandelli ritiene che quello del fitness sia un mercato saturo a livello concorrenziale e governato da colossi del settore nemmeno lontanamente avvicinabile, senza un adeguato supporto finanziario. Lui ha pochi risparmi frutto di sacrifici di una vita. Guarda al biomedicale e alla riabilitazione motoria, un settore decisamente più piccolo e di nicchia, ancora acerbo e privo di pesci grossi.
Pro-Kin
La sua idea è quella di rivoluzionare uno strumento già conosciuto e molto semplice: la tavoletta “propriocettiva”, una pedana basculante per la percezione del proprio corpo, su cui stare in equilibrio per la riabilitazione di caviglie, ginocchia ed anche. Si tratta di uno strumento semplice ma funzionale estremamente utilizzato a livello applicativo ma che ha sempre presentato alcuni limiti di carattere terapeutico e di controllo dell’applicazione dei carichi e di controllo sella correttezza dello sforzo applicato.
Marcandelli va dal primario del centro riabilitativo di Mozzo degli Opedali Riuniti di Bergamo e gli propone una pedana riabilitativa basculante collegata al computer che permette, come in un videogioco, di quantificare e verificare il risultato delle cure sul paziente. La nuova tavoletta collegata tramite dei sensori al sistema software e sostenuta da pistoncini elettronici che creano un’instabilità progrssiva, a seconda delle diverse esigenze del paziente.
Nel 1997, dopo due anni di test, discussioni con primari, medici e fisioterapisti, nasce Pro-Kin che viene subito brevettata. Grazie all’ausilio di abili artigiani bergamaschi la macchina viene realizzata assecondando anche esigenze estetiche ed empatiche per non intimorire i fruitori della stessa. “Volevo una macchina calda che non intimorisse il paziente” racconta Stefano.
I primi ad acquistare la nuova macchina sono gli Ospedali Riuniti di Bergamo, per un acifra di 12 milioni di lire (circa 6000 euro). Oggi in Italia sono in uso 500 Pro-Kin ad un costo approssimativo variabile fra i 10.000€ ed i 20.000€, mentre l’azienda bergamasca ha raggiunto i 700.000€ di fatturato, con una crescita media annua del 25%. Tecnobody unisce in se le proprie radici locali e lo sguardo verso l’esterno. “Ho avuto la fortuna di nascere a Bergamo, terra che vanta i migliori artigiani d’Italia. Tra i tornitori, carpentieri, verniciatori e fresatori abbiamo una rete di cento fornitori, distribuiti tutti nel raggio di 20 Km, che sono stati la chiave per Tecnobody. A loro sono commissionati i singoli pezzi” racconta Marcandelli. La collaborazione con centri di valenza internazionale quali la Fondazione Don Gnocchi di Milano e la Fondazione Maugeri di Pavia, i dipartimenti di bioingegneria di Milano, Torino e Pavia sono garanzie di crescita e di eccellenza.
MSJ
Nuova grande sfida vinta da Marcandelli è la realizzazione di MSJ Multi Joint System. Osservando un progetto di robotica, che le università hanno realizzato per l'industria automobilistica, il braccio antropomorfo, che si usa nell'industria dell'auto, per la verniciatura, Marcandelli ha realizzato il suo ultimo prodotto: il braccio tridimensionale per i pazienti che devono riabilitare braccia e spalla. Il braccio antropomorfo ingegnerizzato, che prende spunto dalla cibernetica si posiziona in parallelo all'arto del paziente, e lo guida liberamente in uno spazio articolare tridimensionale formato di quattro gradi di libertà che consente al paziente di muoversi rilevando e visualizzando a terminale ogni singolo movimento. Il paziente segue così sullo schermo del computer traiettorie predefinite per esplorare movimenti articolari complessi. Inoltre l’operatore fisiotarapista potrà seguire una traccia visiva del movimento articolare che valutata e comparata con indici di riferimento, lo aiuteranno a costruire un corretto protocollo riabilitativo.
Marcandelli ovviamente, come ha già dimostrato di saper fare, guarda avanti e progetta in grande: “Entro l’inizio del 2008 contiamo di avere il Total Body”. Ed aggiunge in merito al possibile sbarco in Europa dove sono già state vendute 80 macchine: “Qui dovremo però confrontarci con un concorrente americano che domina il mercato. In Grecia, Turchia, Polonia e Portogallo abbiamo già venduto i nostri macchinari, appoggiandoci a distributori locali di materiale tecno-medicale, ma la vera sfida saranno paesi come Inghilterra e Germania, in cui dovremo impegnarci a fondo per dimostrare che i nostri prodotti sono i migliori”. Tecnobody è una piccola impresa self made in grado di realizzare produzioni complesse e di altissima qualità. Poca cosa in confronto al colosso americano Biodex o ai laboratori di ricerca sulle nanotecnologie. Ma questa capacità di fare innovazioni di prodotto, di usare i saperi artigianali diffusi sul territorio, di fare sperimentazione e ricerca con le Fondazioni e le Università e di stare sul mercato ne fanno un caso esemplare.
Nel più vasto mercato del fitness, la nicchia del Biomedicale inteso come area di intervento e cura di lesioni articolari, è a tuttora poco sviluppata dal settore privato e lasciata alle istituzioni sanitarie pubbliche o alle cliniche private. Il futuro sembra però far intravedere ampi margini di crescita sia sul versante dell’offerta per le tendenze del comparto fitness, sempre più alla ricerca di servizi integranti del core business quali fiori all’occhiello per accattivarsi la clientela, sia dal lato della domanda, ove la costante corsa a praticare un pò di tutto senza essere sufficientemente allenati a nulla, sta aumentando negli ultimi anni il numero di lesioni traumatologiche .
22.08.2007. 17:24
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